Esiste una categoria di persone che considero persino più difficile da comprendere degli scettici. Lo scettico, almeno, è coerente. Ha una sua linea di pensiero, la difende, chiede prove, controbatte, rimane fedele alla propria visione del mondo. Si può essere in totale disaccordo con lui, ma almeno il confronto è reale.
Il problema è rappresentato da tutti coloro che, per una fortuita curiosità o per puro caso, entrano in contatto con argomenti di controinformazione. Persone che inizialmente ascoltano con interesse, fanno domande, sembrano persino incuriosite da quella versione della realtà che scotta, che mette in discussione tutto ciò che hanno sempre dato per scontato. Per qualche minuto sembra quasi di vedere una crepa aprirsi nella loro corazza mentale.
Poi, però, accade qualcosa. Come una molla che li richiama violentemente indietro, ritornano nella loro tiepida zona di comfort. È come se il cervello attivasse un meccanismo di autodifesa. Più le informazioni diventano profonde, più iniziano ad arretrare, fino a rifugiarsi nella rassicurante normalità che li accompagna da tutta la vita.
Ed è proprio in quel momento che arriva sempre la stessa identica frase:
“Ma tanto cosa ci vogliamo fare?”
Una frase che personalmente trovo umiliante.
Non tanto per chi la pronuncia, ma perché rappresenta la demolizione istantanea di anni di studi, letture, ricerche e riflessioni. Studi che non vengono affrontati per semplice curiosità o per accumulare informazioni inutili, ma per cercare di comprendere i meccanismi del potere, le ingiustizie, i segreti, le manipolazioni e i debiti invisibili con cui il Sistema lega l’uomo fin dalla nascita.
Esiste una differenza enorme tra chi vive senza sapere e chi sceglie volontariamente di non sapere.
Noi stessi, per molti anni della nostra vita, abbiamo ignorato moltissime cose. In quella fase nessuno può essere accusato di inerzia. Chi non conosce un problema non ha nemmeno gli strumenti per affrontarlo.
È la stessa condizione del bestiame allevato fin dalla nascita. Cresce senza conoscere il mondo esterno, ignaro del triste destino che lo aspetta. Non può scegliere, perché non sa.
Ma quando gli animali percepiscono un pericolo, cercano immediatamente una via di fuga. Corrono, sfondano recinti, tentano di salvarsi.
L’essere umano, invece, sembra spesso comportarsi all’opposto.
Anche quando qualcuno gli mostra una possibile via, non necessariamente la verità assoluta ma almeno un percorso di conoscenza, preferisce stringersi ancora più forte alle proprie catene. Difende la sua gabbia, giustifica i propri carcerieri e trasforma l’ignoranza in una coperta rassicurante.
Questo comportamento non nasce dalla mancanza di intelligenza, ma da qualcosa di molto più profondo: il bisogno psicologico di preservare l’equilibrio mentale costruito in decenni di abitudini.
Cambiare paradigma significa distruggere molte certezze. Significa accettare di poter essere stati ingannati, manipolati o semplicemente troppo fiduciosi. Per molte persone è uno sforzo emotivo insopportabile.
Così preferiscono rifugiarsi in “tanto cosa ci vogliamo fare?”, la frase più comoda del mondo, dietro cui si cela una resa preventiva.
Chi prova comunque a fare breccia nelle menti assopite (amici, parenti o conoscenti) finisce inevitabilmente per comprendere che non basta conoscere gli argomenti. Occorre anche capire come funziona la mente umana.
Le persone non respingono sempre le informazioni perché false. Molto spesso le respingono perché sono incompatibili con la vita che conducono.
Studiare eventi enormi, strutture di potere, società segrete, scienza alternativa o strategie di controllo sociale non significa necessariamente vivere nell’ossessione. Al contrario, per molti rappresenta il percorso che conduce a una forma di libertà interiore.
Comprendere che il potere potrebbe non risiedere dove ci è stato insegnato, che gran parte dei meccanismi sociali si fondano sul consenso e sulla manipolazione psicologica, permette di sviluppare una forza spirituale che difficilmente può essere costruita in altro modo.
Chi percorre questa strada, con il tempo, non si piegherà più davanti ai ricatti del datore di lavoro e dei governanti, diventando refrattario alle paure e agli abusi di potere.
Pur continuando a vivere all’interno del sistema, può arrivare a costruire una sorta di spazio interiore che nessuno riesce più a colonizzare. Una condizione in cui si rimane con una gamba nel sistema, quanto basta per sopravvivere, ma con il resto del corpo già fuori, in una realtà mentale più libera.
Naturalmente sono pochissimi coloro che riescono a percorrere questa strada. E il paradosso è che, spesso, gli ostacoli maggiori non arrivano da chi detiene il potere, ma dagli stessi cittadini. La classica guerra tra poveri.
Basterebbe osservare il mondo del lavoro. Quante richieste assurde vengono accettate ogni giorno semplicemente perché “è sempre stato così”? Quante imposizioni potrebbero cadere se tutti dicessero semplicemente no? Se nessuno eseguisse un ordine ingiusto, ferrei come un muro, chi lo impartisce perderebbe immediatamente il proprio potere.
Il problema è che un muro difensivo funziona solo se ogni mattone rimane al proprio posto. È sufficiente che uno ceda per far collassare l’intera struttura. Un equilibrio minacciato da paura, disfattismo e individualismo.
Le persone hanno ormai interiorizzato l’idea che opporsi sia inutile. Così rinunciano ancora prima di iniziare. Anno dopo anno, rinuncia dopo rinuncia, il potere collettivo delle persone si è ridotto mentre cresceva quello delle istituzioni, delle grandi organizzazioni e di chi occupa le posizioni di comando.
Un pezzetto alla volta. Un compromesso alla volta. Una resa alla volta.
Fino a trasformare individui potenzialmente liberi in docili esecutori sempre pronti a correre per compiacere il padrone di turno.
Per questo la frase “tanto cosa ci vogliamo fare?” non è affatto una consolazione. È semplicemente la verbalizzazione della sconfitta.
Quando parlo di società segrete, simbolismo, complotti, scienza alternativa o altri argomenti controcorrente, spesso ho la sensazione di raccontare storie che vengono ascoltate come un film interessante. La gente ascolta, annuisce, sorride. Poi torna a casa e dimentica tutto.
È questo il punto che trovo più frustrante.
Se una persona di cui mi fido mi dicesse che un determinato alimento potrebbe contenere sostanze nocive utilizzate deliberatamente per avvelenarci lentamente, io non darei automaticamente per vera quella teoria. Ma farei ciò che qualsiasi individuo razionale dovrebbe fare: mi informerei, confronterei le fonti, cercherei dati, proverei a capire se esiste almeno un fondo di verità. Potrebbe avere torto o potrebbe avere ragione. Ma ignorare completamente l’avvertimento sarebbe un atteggiamento irrazionale.
Lo stesso vale per qualsiasi tema controverso. Prendiamo la geoingegneria, uno degli argomenti che più frequentemente genera discussioni. Posso anche sbagliarmi, ma se ti espongo con calma ciò che ho studiato e ti invito semplicemente a osservare il cielo con i tuoi occhi, perché non dovresti farlo? Costa forse qualcosa alzare lo sguardo? È davvero chiedere troppo?
O siamo diventati talmente assuefatti e ignavi da non voler nemmeno concedere cinque minuti della nostra attenzione a qualcosa che potrebbe smentire le nostre convinzioni?
Questa indifferenza è forse la forma di controllo più efficace che possa esistere.
Perché, contemporaneamente, le stesse persone sono perfettamente disposte ad agire quando l’ordine arriva dall’alto.
La pandemia, sotto questo aspetto, è stata probabilmente uno degli esempi più evidenti.
Milioni di persone hanno seguito indicazioni, restrizioni e richieste provenienti dalle autorità senza porsi domande, mentre chi esprimeva dubbi veniva spesso guardato con sospetto o accusato di irresponsabilità.
Le frasi erano sempre le stesse.
“Decidono loro.”
“Tu cosa ne vuoi sapere?”
“Cosa possiamo farci?”
Per chi osservava il fenomeno da una prospettiva critica, quelle risposte apparivano come il sintomo di una rinuncia al pensiero autonomo.
Decenni di benessere, comodità e delega hanno progressivamente ridotto l’abitudine a verificare, approfondire e mettere in discussione. Se qualcun altro apparecchia la tavola, organizza ogni aspetto della vita e decide cosa sia giusto o sbagliato, il rischio è quello di limitarsi a sedersi e consumare ciò che viene servito.
Forse, agli occhi di molti, chi porta argomenti scomodi finisce persino per apparire come un elemento destabilizzante. Un difetto di fabbrica. Qualcuno che rompe un equilibrio apparentemente tranquillo.
In questo senso torna spesso alla mente una celebre frase pronunciata da Morpheus in Matrix:
“Molte di queste persone sono così assuefatte e dipendenti dal sistema che lotterebbero per difenderlo.”
Che la si condivida o meno, questa frase descrive efficacemente un meccanismo psicologico reale: le persone tendono spesso a difendere ciò che conoscono, anche quando quel sistema presenta aspetti che esse stesse criticano.
Per questo motivo, chi conclude ogni discussione con un “tanto non possiamo farci nulla”, non sta semplicemente esprimendo rassegnazione. Sta diventando, consapevolmente o meno, la voce di quel meccanismo che invita tutti a rimanere immobili.
È come ricevere una pacca sulla spalla da un potere invisibile che sussurra sempre la stessa frase:
“State tranquilli. Continuate a fare quello che avete sempre fatto. Non fate domande. Non cercate oltre.”
Ed è proprio in quel momento che il controllo ha già vinto, senza nemmeno aver avuto bisogno di imporre la forza.
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